La svolta, la pandemia tra il prima e il dopo

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La vita volta pagina senza attendere che abbiamo finito di leggerla. È il suo modo per comunicarci che il tempo della nostra volontà ha dei confini, ignoti e spesso inattesi nel momento in cui si presentano.

Ed una pagina segue un’altra.

Rimane spesso il dubbio se quel voltare pagina sia frutto di una volontà oppure una fatalità, alla stregua di un quadro che a un certo momento brannnnnng cade dal muro a cui era rimasto appeso per decenni (naturalmente l’immagine è una citazione da Baricco).

La pagina che abbiamo lasciato da un paio di mesi ha il titolo – ora che siamo andati oltre ne conosciamo il titolo – Prima della pandemia, mentre della pagina che ci troviamo a scrivere e leggere ancora non abbiamo una sintesi che ne possa fare da titolo.

Ciò che voglio qui esplorare, di quel voltare pagina, è esattamente il voltare, quello spazio sospeso tra il prima e il dopo attraverso cui si passa da una pagina alla successiva.

In quello spazio, la pagina precedente si fa minima, perde di consistenza per consentire l’arrivo della pagina successiva, eppure rimane scolpita, nel trapassare, nei suoi tratti essenziali. 

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Pandemia, rischio e opportunità (una prospettiva minimalista)

Siamo tutti confinati in casa per la maggior parte del tempo. Siamo, per forza, minimalisti negli spostamenti e, di conseguenza, nei desideri. 
Rispetto al mito del miglioramento continuo, vissuto come espansione di movimenti e desideri che possono e devono essere soddisfatti, siamo di fronte ad una catastrofe.

È così in ogni caso?

Pensiamo alla fetta rilevante di popolazione mondiale che non è stata toccata direttamente o indirettamente dalla malattia, quindi che non ha contratto il virus e che non ha avuto malati o vittime nel suo mondo di affetti.
Se ci concentriamo su chi non ha avuto danni sanitari in seguito al contagio, ci concentriamo di conseguenza su quella fetta di popolazione che può a sua volta essere divisa in due:

  • coloro che hanno avuto danni economici, perdendo lavoro e reddito,
  • coloro che non hanno avuto danni economici, preservando lavoro e reddito, talvolta migliorando la propria condizione.
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Minimalista (e) scrittore

La lettura quotidiana oggi mi ha portato a The top 10 Signs You’re Really Cut Out to Be a Writer e la mia mente è ritornata a quanto scrissi qualche tempo fa in Scrivere come “minimo” che dà chiarezza.

Perché?

L’articolo di Jill Reid racconta in un elenco di 10 punti quali sono i comportamenti di chi è tagliato per fare lo scrittore, al di là del desiderio ingenuo del sognatore della domenica che sospira “Ah come sarebbe bello essere uno scrittore…”.

Ciascun punto evoca il lavoro dello scultore, attento ed eccitato nel rimuovere tutto il superfluo che nasconde la sua creazione, che si oppone al nascere della sua creazione.

Questa immagine mi appaga.

Mi sento via via più intriso dell’incontro tra minimalismo e scrittura, anche se ancora non riesco a dirne la natura profonda, pur sentendola premere sui confini della mia consapevolezza.

E così, infine, traccio la missione di questo blog.

Stay tuned!

Il minimo di sé apre al mondo

Questa mattina ho letto 4 Things Emotionally Intelligent People don’t do, un ottimo articolo che sviluppa un pensiero meravigliosamente semplice:

Improving your emotional intelligence is often about what you do less of, not more of.

Nick Wignal

da cui la mia mente è volata a come si presentano un romanzo, un racconto o più in generale ogni storia che conquista gli animi: senza nulla in più di ciò che serve per non essere autoreferenziale e, di conseguenza, aprire le porte di un nuovo mondo a chi legge o ascolta.

Mi spiego.

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