Scrivere come “minimo” che dà chiarezza

Siamo così circondati, e abitati, da dispositivi tecnologici tutti bisognosi di batteria e circuiti elettronici che occorre uno sforzo per mettere a fuoco che la scrittura sia essa stessa una tecnologia e che una penna ed un foglio di carta sono dispositivi tecnologici (anche se non richiedono una batteria per funzionare).

Non solo.

La scrittura, per ora, ha modificato l’uomo molto più di quanto abbiano ancora potuto fare computers (parola che inizia ad esser desueta), tablet e, soprattutto, smartphones.

La scrittura ha posto al fuori dell’uomo la sua memoria.

Ancora una volta: non solo.

Permettendo di riporre in una sede materiale esterna la sua memoria, l’uomo ha realizzato un’operazione di definizione della memoria stessa.

Nel passare dalla mente al foglio di carta, la memoria non subisce un semplice trasferimento, rimanendo invariata.

La trasmutazione della memoria

Al contrario, nel momento in cui la memoria diventa scritta diventa propriamente memoria condivisibile al di là di chi l’ha generata.

Vero è che anche il racconto orale permette di condividere, ma non permette di archiviare stabilmente al di fuori dell’uomo la sua memoria, che passa invece da uomo a uomo.

Forse al primo uomo che scrisse la prima “parola” parve di parlare a ciò su cui stava incidendo o disegnando: non lo potremo mai sapere, però la sensazione di qualcosa di magico deve aver scaldato il suo cuore in quel momento.

Prima della scrittura, l’uomo aveva, al pari degli animali, soltanto la sua memoria biologica. In ultima analisi l’uomo, in quanto memoria, era il suo DNA.

Con la scrittura emerse qualcosa di completamente nuovo: l’abilità di guardare da distante il pensiero dopo averlo fissato nello spazio e nel tempo.

Pensate “Mi impegno a rendere felici le persone che mi circondano”.

Ora scrivetelo (non importa dove, se su carta o su pixel) e rileggetelo.

Che cosa avete provato?

Una scintilla della magia dell’invenzione della scrittura.

Conclusione

C’è un ulteriore passo da compiere prima di lasciarci, per concludere l’iperbole della scrittura.

Scrivere comporta togliere tutto ciò che oscura la memoria di ciò che si vuole fissare nello spazio e nel tempo.

Nel togliere sino a che resta l’essenziale che vale la fatica della memoria sta il seme minimalista che illumina la scrittura.

Quando un pensiero è nella nostra mente, per quanto possiamo sforzarci di isolarlo per “maneggiarlo” meglio, esso è intrecciato a mille altri pensieri, la cui vicinanza non è affatto necessariamente coerente o opportuna.

Se vogliamo concentrarci su un pensiero, in generale, tutti gli altri sono rumore.

Quanto un pensiero è diventato parola su carta (o su pixel) è invece isolato, limpido, minimo e tutto.

Come questo post che prima di essere scritto altro non era una nube tra i miei mille altri pensieri.

Al prossimo post e grazie per avermi letto!

4 pensieri riguardo “Scrivere come “minimo” che dà chiarezza

  1. Eppure da parte di chi legge, e da parte di chi scrive, il testo rimane collegato (o va ad agganciarsi) a certe maniglie-mnemoniche che vanno ad aprire le loro porte su spiragli, illuminati o meno, di pensieri ancora una volta ingarbugliati. Le frasi possono riuscire ad essere chiare formalmente quando chi le scrive ha questa capacità, ma nel concreto c’è un forte rumore psichico che fa da sottofondo alle parole che da una parte leggiamo e dall’altra scriviamo.

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